Roma: da Città Eterna a Capitale del Futuro
Commento al convegno "Roma: da città eterna a capitale del futuro - tra nuove prospettive e vecchie paure"
Roma da sempre si pone al centro del dibattito architettonico italiano, per via del suo indubbio valore storico, economico, politico, di complessità, stratificazione e di continue contraddizioni, e il convengo “Roma: da Città Eterna a Capitale del Futuro - tra nuove prospettive e vecchie paure”, organizzato dalla giovane associazione U:maed presso la facoltà di Scienze della Comunicazione è riuscita, grazie alla quantità e qualità degli interventi, a rendere in maniera molto significativa tutta la complessità incarnata dall’Urbe come tema di dibattito.
Il problema dello sviluppo futuro a fronte dell’esperienza accumulata dal passato ci pone di fronte a una molteplicità di visioni propria della nostra contemporaneità, e che proprio per questo dovremmo tenere tutte in considerazione. A un problema talmente stratificato e complesso come quello rappresentato da Roma non si può rispondere con una ricetta univoca. Sicuramente è emerso il desiderio della città di emergere nel panorama internazionale non solo come polo di attrattiva storico-culturale, che porterebbe a una declassazione della città a mera attrazione turistica, e ci si pone il problema di come attuare il traghettamento verso il nuovo millennio.
Dal punto di vista urbanistico, come evidenziato dall’ing. Umberto De Martino, che ha aperto il convegno, il problema è quello di un decentramento del residenziale a fronte di una persistente centralità dei servizi, e laddove i mezzi di comunicazione non riescono a far fronte al flusso umano che ogni giorno invade la città emerge la necessità di formare nuovi poli “alle porte della città”: i limiti sono più amministrativi che strutturali, in quanto ci si trova nelle condizioni di gestire un ambito territoriale ben più ampio del confine di intervento comunale.
Scendendo di scala, vediamo come si tenti di superare l’immobilismo che ha caratterizzato gli ultimi anni con grandi opere, cercando una sorta di “effetto Bilbao” con grandi opere quali l’Auditorium o il MAXXI nel quartiere Flaminio, dimenticando però che l’operazione di rilancio della città spagnola si basava anche sul contesto nel quale veniva applicata, e che a parità di intervento gli effetti a Roma saranno sicuramente diversi rispetto a quelli ottenuti in una città post-industriale in declino.
A fronte di questo abbiamo il problema della valorizzazione del patrimonio esistente, spesso attuata in maniera ammiccante al marketing piuttosto che al recupero di valore storico - un atteggiamento in un certo senso da mercificazione di un patrimonio da sempre idealmente impossibile da valorizzare come quello artistico – e la necessità di un confronto con le soluzioni “moderne” date ai problemi della città, ora che la loro modernità si è esaurita sotto il peso dei decenni: l’esempio paradigmatico è quello del Corviale, che ci introduce alla seconda parte della conferenza.
Il mastodontico edificio rappresenta quello che in passato era la sperimentazione di grandi contenitori sociali, in cui l’architettura si fondeva e confrontava (per lo meno nelle intenzioni) con la sociologia, forse portandolo all’ultima fase dopo la quale abbiamo l’esplosione del contenitore e la diversificazione delle sue parti.
Giunti al termine della soluzione del problema insediativo tramite collettivo, dopo le sperimentazioni che hanno caratterizzato il secolo scorso - vengono in mente il Karl Marx Hof viennese e l'unità d’abitazione LeCorbusieriana – giungiamo al problema di confrontarci con quella che è la realtà del nostro tempo.
Rem Koolhaas vede nella stratificazione e nella complessità il vero valore del nostro tempo, e questo tipo di approccio è stato particolarmente evidente negli interventi che ritengo più interessanti all’interno del convegno, che forse in un certo senso si sono staccati da quello che è l’approccio classico – non a caso due sono stati fatti da persone estranee all’ambito della nostra facoltà di architettura.
La prof.ssa Valeria Giordano in un ispirante intervento indica una strada da percorrere riallacciandosi al tema Nietcheano della ricerca dell’oltranza, del superamento dei propri limiti, e tramite questo zaratustriano filo conduttore, con citazioni da Baudelaire, Wittgenstein e Zimmel arriva all’indicazione delle nuove tecnologie – telecomunicazioni e cibernetica – quali mezzo per trascendere i nostri limiti.
Sempre il mondo dell’Informazione viene indicato come strada da percorrere e cui dare la precedenza dall’arch. Antonino Saggio, che introduce i temi della “terza ondata” di Toffler per mostrare come attualmente sia proprio la gestione e la valorizzazione delle informazioni, della loro stratificazione e delle sue interconnessioni, un valore da ricercare e da tenere presente nella progettazione e nello sviluppo. La Mixitè (unione di 5 funzioni prevalenti: creating, exchanging, living, infrastructufing, rebuilding nature) e la valorizzazione delle Idee nella progettazione architettonica e urbana sono le strade da percorrere per un progetto che rispecchi la nostra contemporaneità.
Molto interessante è stato l’intervento dell’arch. Luca Ruali, che tramite un progetto pratico di abitazione per artisti sviluppata attorno alla dualità guscio (hikkomori) – azione (openspace) mostra come nel nostro contesto di frammentazione e diversificazione l’esperimento sociale del secolo scorso debba essere ridimensionato e diversificato, venendo incontro all’individualità emergente e dirompente che si afferma tramite il world wide web, spesso visto come accessibile vetrina di sé stessi oltre che mezzo di comunicazione che abbatte le barriere fisiche e concettuali. L’intervento in questo caso non deve essere a grande scala, come il Corviale o il MAXXI, ma a piccola scala, ricordando quasi i quartieri sperimentali dell’inizio del Novecento che si ponevano come tema la risposta alle esigenze – abitative – nel contesto post-bellico.
A conclusione il prof. Canivacci ha portato l’esempio della necessità di transito della vecchia concesione di metropoli come città industriale – le cui paure fin dall’inizio del secolo scorso erano state interpretate da Fritz Lang – alla nuova Metropoli della Comunicazione.
